Novecento in rete

Quando la storia si fa interessante

L’idea di progresso e la parabola involutiva della modernità

a cura di Salvatore Di Pasqua


La fiducia nel progresso è, come si sa, un corollario di quella cultura filosofica e scientifica, incentrata sul Positivismo, che ebbe vasta influenza nella società europea (in particolare negli ambienti della borghesia industriale e progressista) a partire dalla metà dell’Ottocento. Il Positivismo, istituendo un’equazione tra evoluzione e progresso, rivendicando il primato delle scienze naturali, mostrando un interesse sempre più spiccato per la dimensione sociale (nascita della sociologia o “fisica sociale”) prefigura l’avvento di una nuova fase dell’umanità ove possano finalmente trovare attuazione il dominio della natura e il controllo del comportamento umano.

Emile Zola (sinistra) e Giovanni Verga (destra) - Fonte: Google


Se autori come Zola condividono questo clima di fiducia, convinti che l’età scientifica sognata da Claude Bernard sarà realizzata (si «entrerà in un secolo in cui l’uomo, divenuto onnipotente, avrà soggiogato la natura utilizzandone le leggi per fare regnare su questa terra tutta la giustizia e le libertà possibili» – leggi il brano di Zola tratto dalla nostra antologia), altri, come Verga, ne prendono le distanze, individuando proprio nell’idea di progresso il segno di una rottura che introduce nei comportamenti umani meccanismi distorti (per Verga «la fiumana del progresso» provoca «irrequietudini» e «perturbazione» – vai al testo completo).
Il retroterra ideologico che induce Verga a prendere posizione contro il progresso è costituito tuttavia, essenzialmente, dall’appartenenza a un milieu agrario e, più in generale, da una formazione letteraria sospettosa di ogni compromissione politica ed incline al pessimismo. La visione oggettiva propria del Positivismo (il rilievo dato allo studio, all’osservazione, all’indagine di un fenomeno – anche umano) non viene perciò scalfita da una simile presa di distanza: dal punto di vista narrativo, Verga aderisce pienamente alla logica del «fatto nudo e schietto» che non serba alcun punto di contatto con la lente deformante dello scrittore.
Ben diverse sono invece le matrici che, sul finire dell’Ottocento, incrinano in Europa la fiducia nel progresso e nelle capacità illimitate della scienza. Esse sono riconducibili innanzitutto al diffondersi della cultura del Decadentismo (attratta dalle zone d’ombra, tormentata da ciò che si nasconde dietro l’apparenza, capace di avventurarsi nel sottosuolo umano e di svelare tutta l’inconsistenza della maschera razionale: vai agli approfondimenti e guarda le note generali sul Decadentismo); ma non sono estranee alla riflessione che la stessa scienza compie su di sé individuando il carattere provvisorio di ogni conoscenza.
La fiducia nel progresso propria del Positivismo rispondeva ancora a una spinta ideale e per certi versi romantica: all’idea assoluta di un Dio capace di governare il mondo e spingerlo verso il bene, si sostituiva una forza altrettanto assoluta in grado di guidare la Storia verso una meta più alta. La scienza positiva, in ultima analisi, surrogava Dio nella stessa “missione” salvifica, certificava risposte che avevano il sapore di una rivelazione, portava impresso il contrassegno di una nuova fede.

Fulmine compositore di Fortunato Depero - Fonte: lucapilolli.wordpress.com


Nel corso del Novecento il dubbio diventa l’elemento centrale della speculazione insinuandosi in ogni dimensione della vita; anche gli scienziati guardano ora con più disincanto alla loro professione, consapevoli di sottostare agli stessi limiti della condizione umana (storici, culturali, individuali…); è l’idea stessa di verità a relativizzarsi e ad esprimersi in una forma plurale (nel senso che il risultato dell’indagine può essere diverso se variano le condizioni e la prospettiva dell’osservazione).
Le scoperte scientifiche alimentano perciò, a mano a mano che ci si inoltra nel nuovo secolo, sentimenti contrastanti e ambigui, soprattutto quando si pensa alle loro possibili applicazioni in campo tecnologico.
La folla che accalca le città del Ventesimo secolo guarda alla scienza con un misto di speranza e paura: da un lato vi è la concreta aspettativa di un miglioramento di vita (nuove fonti di energia, macchine sempre più sofisticate, strumenti estremamente raffinati liberano l’uomo – e la donna – da attività gravose, rendono più confortevole l’habitat, allietano il tempo libero, aumentano le possibilità di sconfiggere le malattie), dall’altro questo stesso progresso prefigura inquietanti scenari rischiando di sfuggire al controllo dell’uomo.
Nel Novecento la scienza diventa dunque mito dal volto bifronte (positivo/negativo) e l’eco di questo mito alimenta nella letteratura (e nel cinema) immagini altrettanto ambigue.


Il Futurismo celebra nel suo Manifesto (1909) «l’eterna velocità onnipresente», proponendosi di cantare, nella lontananza dal passato e nell’irriverenza per la tradizione, “il vibrante fervore” della modernità di fronte a una folla entusiasta (leggi l’intero documento).


La pagina finale della Coscienza di Zeno di Svevo (1923) è invece una chiara (e premonitrice) ammonizione sui rischi insiti nell’evoluzione dell’uomo, indizio di una salute (quella del progresso) che può trasformarsi in follia e malattia (leggi la pagina di Svevo).


Un altro esempio, di grande impatto emotivo, che testimonia le incertezze che avvolgono il destino dell’uomo (la possibile parabola involutiva del suo lungo progredire), lo si può ritrovare nelle prime due sequenze iniziali del capolavoro di Kubrick 2001 Odissea nello spazio (1968). Tutta la storia dell’uomo è condensata in pochi, intensi minuti di pellicola. L’incedere dell’uomo rimane avvolto in un fitto mistero, accentuato dal controverso rapporto che lega la civiltà alla tecnologia e alla scienza.

 
 


Guarda la prima e la seconda sequenza del film:

 

 

 


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